Start-up al femminile: le due facce della medaglia

Quando si parla di start-up, la parità di genere è ancora un’utopia. Il problema è profondo e radicato nella società e rischia di precludere opportunità di crescita da non sottovalutare. Partiamo dai dati.

La faccia nera della medaglia: ancora troppo poche start-up guidate da donne

Nel nostro Paese, secondo i dati elaborati da InfoCamere-Unioncamere le imprese femminili (oltre 1,3 milioni a fine settembre 2016) rappresentano solo il 21,74% del totale, in pratica sono 1 su 5. 

Le aziende guidate da donne di meno di 35 anni (168.797 a fine settembre) rappresentano il 28,4% del totale delle imprese guidate dai giovani, quindi circa una su 4.

Secondo il Ministero dello sviluppo economico, nel terzo trimestre del 2019 le imprese innovative in cui le quote di possesso e le cariche amministrative sono prevalentemente detenute dalla componente femminile rappresentano il 13,5% del totale. 

La situazione non risulta più rosea a livello europeo; l’European startup monitor 2018 della Commissione europea rivela che le start-up fondate da donne raggiungono appena il 18%.

Il panorama delle lauree STEM al femminile in Italia e nel mondo

Analizzando più a fondo il panorama italiano, i dati sembrerebbero in parte collegati al numero di donne laureate nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics), che ci trova drammaticamente al 26° posto di 28 Paesi che compongono l’UE a 28, nonostante siamo l’8° Paese al Mondo per PIL.

Secondo alcuni dati di Harvard, dei laureati in Computer Science solo il 18% sono donne e solo 1/3 lavora nel settore tech dopo 2 anni; il motivo, secondo questo studio, sono stereotipi di genere, trasmessi dalla famiglia di provenienza e dal contesto sociale.

Eppure, qualche ragazza si laurea in discipline STEM: 28.304 in Italia nel 2018, e lo hanno fatto con un voto medio più alto di 2 punti rispetto ai colleghi maschi, e in meno tempo.

E dopo la laurea?

Quindi OK, abbiamo capito che sono davvero troppo poche. Ma se seguiamo il percorso di queste poche brave ragazze poi cosa succede?
Nonostante i successi scolastici, fanno fatica ad emergere: incontrano ostacoli fin dai primi passi nel mondo del lavoro. 

Le differenze tra i due generi emergono subito, già ad un anno dalla laurea: seppur più preparate, con più stage e tirocini alle spalle, con ottime performance accademiche, secondo i dati di AlmaLaurea, tra i laureati magistrali le differenze in termini occupazionali sono di oltre 7 punti percentuali: lavorano il 52,5% delle studentesse e il 60% degli studenti maschi.

E anche quando vengono assunte non accedono alle stesse possibilità: ad un anno dal titolo magistrale meno della metà delle nostre laureate in ingegneria ha un contratto stabile (contro il 57% degli uomini); il divario si riflette ovviamente anche sul livello delle retribuzioni. 

E pensare che…

Stime recenti della Banca d’Italia indicano come la rimozione delle barriere all’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro per le donne negli USA è la fonte di oltre un terzo della crescita del reddito pro capite tra il 1960 e il 2010. 

Un’opportunità che non possiamo farci mancare, ma che invece facciamo fatica a vedere ed affrontare con metodo in Italia: la parità di genere è un elemento funzionale allo sviluppo economico e al benessere di tutti i cittadini.

La faccia rosa della medaglia: una soluzione possibile e che funziona

Mentre attendiamo che i nostri Governanti prendano i dovuti provvedimenti, come superare allora l’ostacolo assunzione e non essere messe da parte? Auto-assumendosi!

Per tante, che hanno studiato e che non possono immaginare un futuro senza lavoro né senza stipendio, la soluzione è creare una propria azienda. 

«Le donne in Italia fanno impresa principalmente per darsi un lavoro e se lo fanno scelgono di solito ambiti tradizionali, di servizio, di cura» spiega Tiziana Pompei, vice segretario generale di Unioncamere.

Ma se torniamo alle statistiche su start-up e imprese innovative citate all’inizio dell’articolo, c’è un tema sicuramente legato a quelli che vengono chiamati inconscious bias, dei pregiudizi inconsci che le stesse donne si portano come pesante bagaglio culturale e che limitano la capacità di prendere una decisione maggiormente collegata a temi oggettivi di competenze e di merito. 

Nelle presentazioni di progetti imprenditoriali, molto spesso le donne tendono a essere più avverse al rischio, e questo approccio può risultare meno attraente per gli investitori venture.

Secondo un report di HSBC She’s the Business, qualora riescano a ottenere finanziamenti, le donne godono infatti del 5% di capitali in meno, mediamente, rispetto agli uomini. 

Il 35% delle imprenditrici dichiara di subire episodi discriminativi soprattutto nelle fasi di ricerca degli investimenti, affrontando panel di investitori prevalentemente composti da uomini.

Dulcis in fundo: i risultati, quelli che contano

Lasciando stare la capacità di attrarre investimenti, per il resto è tutto “rosa”: i dati confermano che le aziende con una leadership femminile producono rendimenti migliori rispetto a quelle guidate solo dagli uomini, hanno una capacità più forte di rispondere al mercato e di generare ritorni per gli investitori.

Uno studio condotto da Boston Consulting Group e MassChallenge, acceleratore globale di startup con sede a Boston, ha rivelato come, nonostante la minore capacità di attrarre investimenti, le start-up con una leadership femminile generino parallelamente più del doppio delle entrate e, quindi, siano più efficaci nel trasformare un dollaro ricevuto di finanziamento in un dollaro di ricavi.

Le imprenditrici sono preparate, hanno idee concrete, ambizione e coraggio. 

Le donne ci sono, sanno innovare e contribuiscono alla creazione di un valore economico che è maggiore.

La sfida allora per il comparto delle start-up, e in generale per i settori hi-tech, è riuscire ad attrarre più donne. È grazie a loro che potremmo vincere la sfida della competitività.

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